L'aratura

Ugo Gheduzzi (Crespellano, Bologna,1853 - Torino, 1925)
L'aratura 

1820 ca.
Olio su tela, cm. 75x120

Nato nel 1853 in Emilia a Crespellano, città che lo annovera tra le glorie locali, Ugo Gheduzzi entra in contatto con l'ambiente artistico bolognese, frequentando con profitto i corsi di pittura, di ornato e di scenografia della locale Accademia di Belle Arti ed è questo ultimo precipuo interesse che lo porta, molto presto, ad entrare come ammirato decoratore e scenografo al Teatro Regio di Torino, negli anni che vedono l'illuminata direzione del Maestro Carlo Pedrotti, primo e vivace sostenitore della musica di Wagner in Italia. Purtroppo poco è rimasto dei lavori di quel periodo del Gheduzzi, dopo l'incendio che devasta completamente il Teatro nella notte tra l'8 ed il 9 febbraio del 1936: solo alcuni preziosi fogli di proprietà dell'Archivio Ricordi con alcuni studi per Manon Lescaut del 1893. Ma nel medesimo tempo, l'artista manifesta la propria viscerale passione, frutto del legame con la terra natìa, costituita da campagne piatte e segnate dal lavoro dell'uomo, per la pittura di paesaggio declinata su tele di ampie dimensioni. Il suo esordio ufficiale è databile al 1875, nell'ambito della mostra organizzata dalla Promotrice di Torino con il dipinto Memorie dal vero dei dintorni di Vergato, che prova l'allontanamento dai modi accademici per una pittura en plen air ed un manifesto amore per la sua terra lontana e così diversa da quella Torino, piuttosto raffinata e metropolitana. In seguito la sua partecipazione alla mostra Internazionale di Roma, nel 1883, con Dintorni di Belluno, alla Triennale di Milano, nel 1894, con Il ritorno dal lavoro e alla rassegna di Bologna, nel 1888, con Campagna bolognese, che viene acquistato dal re Umberto I per le collezioni reali , e, sempre nello stesso anno, la medaglia d'oro vinta con Pietra di paragone all'Esposizione di Palermo lo consacrano definitivamente nel panorama artistico italiano e, con i figli Giuseppe, nato nel 1889, e Cesare, di cinque anni più giovane, fonderà un sodalizio votato principalmente a questo soggetto .
In seguito l'artista si sente sempre più estraneo alla poetica del paesaggio ripreso dal vero, nel suo festoso riprendere con fedeltà i cambiamenti meteorologici: elegge così suo unico eroe la figura del contadino, stimato nelle vesti dell'autentico salvatore dalla corruzione del mondo contemporaneo, emblema della fuga dalla condizione inumana della vita cittadina. Decide di aggiornare il suo linguaggio e ne è una magnifica prova il quadro esposto, L'aratura, dove si percepisce il profondo legame non tanto con i dipinti quanto con il pensiero dell'artista Jean François Millet: il suo Angelus è considerato dal Gheduzzi in qualità di incunabolo. Nel dipinto, l'autore non distrae dal rispetto per la dura e quotidiana fatica del lavoro nei campi e si avverte una sorta di pudico timore che impedisce di cogliere i lineamenti delle persone: non sono ritratti di singoli microcosmi, ma simboli di un mondo che non deve andare perduto.
La pennellata densa, il colore smaltato, la violenta diagonale che separa in modo clamoroso l'ombra e la luce in primo piano, e le forme geometrizzanti degli alberi e dei campi sullo sfondo, raccolgono l'occhio dello spettatore e lo conducono là, verso quell'orizzonte lontano, dove nessuna siepe "il guardo esclude" (L'infinito di G. Leopardi).