Adorazione dei pastori

ambito settentrionale (?), già attribuito a Baldassarre Peruzzi

Adorazione dei pastori

fine secolo XVI

tempera su pergamena, cm. 48 x 36,5
iscrizioni: sul cartiglio sorretto dagli angeli: "GLO(RIA) IN EXC(ELSIS) DEO ET IN TERRA PAX (HOMINIBUS BONE VOLUNTATIS)


Al centro della scena v'è la Vergine adorante il Bambino, il quale, adagiato su un alto e voluminoso pagliericcio ricoperto da un panno bianco, protende le braccia verso la madre. Dietro di loro, isolato e in disparte, sta san Giuseppe. La Sacra Famiglia è attorniata da un folto gruppo di pastori. La scena si svolge nei pressi di alcuni elementi architettonici: si notano delle assi di legno, che fanno pensare al tetto in rovina di una povera capanna, ma anche un arco in mattoni e tre colonne su alti basamenti, una delle quali spezzata. In alto, quattro angeli scendono da una nuvola, reggendo un cartiglio con l'iscrizione: "GLO(RIA) IN EXC(ELSIS) DEO ET IN TERRA PAX (HOMINIBUS BONE VOLUNTATIS). La pergamena è stata incollata su una tavola sulla quale si trova un'iscrizione a penna, senz'altro ottocentesca, che la riferisce a Baldassarre Peruzzi (1483-1520), attribuzione con la quale si è trovata sinora nelle collezioni museali.
I riferimenti alla cultura del Peruzzi sono presenti, in particolare in alcune figure, prima fra tutte quella dell'uomo con la barba e i capelli bianchi e ricci sulla sinistra. Di stampo peruzziano è anche l'uomo sulla destra con l'ampio cappello frigio. Questi contatti non sembrano però di prima mano e non sono in conclusione totalmente stringenti. In generale l'opera respira della cultura classica di primo Cinquecento, diffusa soprattutto a Roma e in Toscana. Il san Giuseppe, così minuto e chiuso nel proprio manto, è rivestito di un gusto raffaellesco. L'affollamento della scena, le pose dei personaggi, il taglio di scorcio dell'architettura sullo sfondo, sono tutti elementi che rimandano però al manierismo più maturo. La figura barbuta in primo piano a sinistra richiama più da vicino i modi di Girolamo da Carpi (1501-1556 ca.) e Francesco Salviati (1510-1563).